Le "Associazioni del dono": Daniela racconta la sua esperienza in ADMO

Sono quattro le principali "Associazioni del dono", presenti anche sul nostro territorio: AVIS (donazione di sangue), AIDO (donazione di organi), ADMO (donazione di midollo osseo), ADISCO (donazione di sangue del cordone ombelicale).

Abbiamo incontrato Daniela, studentessa di medicina, volontaria di ADMO, e inserita nel registro come potenziale donatrice di midollo osseo. Nell'intervista qui pubblicata, ci parla non solo della donazione, esperienza forte che mette in relazione profonda le persone, e della sua esperienza in Admo, ma anche dei suoi desideri riguardo ai giovani e al futuro della nostra comunità della Val Tidone (ASCOLTA l'intervista integrale!).

"D: Prima di ricevere il trapianto, nel paziente malato le cellule del midollo osseo devono essere completamente distrutte, con la chemio e la radioterapia. Poi egli riceve le cellule midollari del donatore attraverso una semplice trasfusione, come fosse una trasfusione di sangue: sono le cellule stesse che trovano la strada giusta e vanno ad abitare il midollo ormai vuoto del paziente. Queste nuove cellule del donatore vanno così a costruire una nuova "fabbrica" delle cellule del sangue, e rimarranno per sempre nella persona che le riceve.

I: Quindi il donatore di midollo osseo è un donatore un po' "atipico", perché dona una parte di sé ad una persona specifica, con la quale è straordinariamente compatibile.
 D: Sì, è così. E questa compatibilità genetica è rara, quasi unica. Magari c'è una sola persona al mondo con la quale si è davvero compatibili. La donazione di midollo osseo è un gesto che coinvolge molto di più l'individuo, rispetto per esempio alla donazione di sangue (comunque altrettanto importante), è una cosa molto più personale, che mette in relazione profonda il donatore e il ricevente. Senti quasi di avere un rapporto, unico, con questa persona, che non sai nemmeno chi è, perché ovviamente la donazione è assolutamente anonima, ma con la quale condividi "un pezzo" di te stesso, estremamente importante per la sua sopravvivenza.

I: Cosa sogni per la nostra comunità della Val Tidone, riguardo a questo tipo di realtà di volontariato?
D: Ho due desideri per il futuro. Primo, creare una certa consapevolezza nei ragazzi di 17-18 anni. Mi piacerebbe che ogni ragazzo considerasse il traguardo dei 18 anni non solo come la patente, il diritto di voto, il fatto di poter andare a comprarsi l'alcool al bar. Sicuramente ci stanno anche tutte queste cose, ma vorrei che potesse anche prendersi la responsabilità di una decisione come quella di poter fare qualcosa per gli altri, come quella di diventare donatore, che sia di sangue, di organi, di midollo osseo. Mi piacerebbe che i ragazzi guardassero al traguardo dei 18 anni anche in quest'ottica: non solo come nuovi diritti da pretendere, ma anche come ciò che uno personalmente può fare per gli altri. Sarebbe bellissimo riuscire a creare questa consapevolezza nei ragazzi.
E dall'altro lato mi piacerebbe che si arrivasse ad una maggiore collaborazione con i cittadini immigrati. Questo rappresenterebbe un grossissimo vantaggio: da un lato, per il registro dei donatori sarebbe una grande ricchezza. Infatti, ci sono delle differenze tra gli aplotipi HLA (cioè tra le caratteristiche molecolari) delle cellule midollari tra le varie etnie. Considerando che ora abbiamo una popolazione molto eterogenea può capitare purtroppo che sia un ragazzo cinese, o una ragazza albanese, ad avere una malattia che richiede un trapianto. Perciò avere un pull di donatori che abbia delle caratteristiche affini, perché appartengono alla stessa etnia, tutela anche pazienti che vengono da altre parti del mondo. E dall'altro lato, partecipare a qualunque associazione di volontariato, non solo ad Admo, potrebbe essere anche un mezzo per l' integrazione, per diventare un cittadino attivo, per vivere a pieno la cittadinanza, per creare dei legami umani, di amicizia, per sentirsi parte della società a tutti gli effetti. Io penso che il volontariato sia un ottimo modo per sentirsi parte di una società".  

Vi presentiamo dunque ADMO (Associazione Donatori Midollo Osseo), in attesa della grande Festa del Volontariato della Val Tidone, che avrà luogo sabato 26 Settembre 2015 a Castel San Giovanni! Vi aspettiamo!!!





Ilaria

06-06-2015





I Valori Sanga



Sanga vuol dire non avere paura!

Non avere paura:

di conoscere, senza pregiudizi;


di dare sfogo alla propria creatività senza imbarazzo ed esprimersi in tutte le forme possibili;

di immaginare/riscoprire luoghi e modi di vivere più sostenibili;

di uscire e superare i propri limiti emotivi, le proprie convinzioni e abitudini per capire e comprendere meglio cosa davvero ci sta attorno e migliorarci;

di muoversi, per il mondo, lontano o vicino, per esplorare ed imparare a meravigliarsi di nuovo.


La Filosofia torna per strada: Nicola Pionetti allo speaker's corner dei Giardini Margherita



Una giornata uggiosa, umida, sempre sul filo della pioggia; ma anche carica di sensazioni.

Atmosfera da film noir ai Giardini Margherita, in una domenica piacentina buona solo per stare comodi sulla tomana (divano, ndr), spenti, davanti alla tv accesa.

Ma c’è un problema.
Il problema è che, se oggi siete stati in casa a fare zapping, vi siete persi qualcosa che non avete mai vissuto  prima, a Piacenza.



Già! Perchè, in questo palcoscenico già carico di emozioni, Nicola Pionetti, non ha presentato solo una sua tesi, ma ha fatto qualcosa di davvero ardito.
Nicola, questa mattina, ha riportato il Pensiero ed il Dialogo (nota le maiuscole) dove è bene che stiano: in mezzo alle persone!


Ricordi sbiaditi del liceo: i Presocratici, lo stesso Socrate, Platone e via discorrendo; gente che stava per le strade, si sporcava stando tutto il giorno nelle piazze e magari si lavava poco per non togliere troppo tempo alle Idee; spesso odiati da potenti, amati dalle persone semplici, pianti alla loro morte anche dai loro uccisori.
Era una filosofia lontana dai palazzi, dalle cattedre, dalla pomposità dei "professoroni".
Ben diversi dai sedicenti intellettuali in abiti raffinati e capello setoso brizzolato che “spuntano” come la gramigna in televisione.


I veri filosofi, quelli che sono più barboni che professionisti da talk show, hanno cambiato l'umanità; e sono lì, sui libri di scuola, non da qualche anno ma da qualche millennio.
Ma per farlo erano dentro questa umanità, parlavano con essa, erano consapevoli di farne parte.

Per questo è importante quello che ha fatto oggi Nicola. Nessun monologo, nessuna presentazione auto-celebrativa, nessun “mega-pippone” con supercazzola filosofara.
Ma solo puro, semplice e genuino dialogo.


Nicola ci ha ricordato che siamo tutti filosofi; che abbiamo tutti il diritto/dovere di pensare; che non dobbiamo permettere a nessuno di ragionare al posto nostro.
Il che significa semplicemente ambire all'unica forma di autodeterminazione completa che possiamo mai raggiungere:


la libertà di pensiero.





Socrate dava anche notevole importanza alla autoironia. Autoironia che serve, a me e Nicola quando ci accorgiamo che un po’ d’acqua, Mezzogiorno in Famiglia e Melaverde hanno avuto la meglio anche su giovani aspiranti filosofi.


Tutto finito? Per nulla!!!

La giornata si trasforma in un'esperienza unica, indescrivibile. Si comincia a dialogare davanti allo speaker's corner e poco dopo mi rendo conto di essere presente a qualcosa di inaspettato: 
vedo le persone con il cane, nascoste nei loro cappotti umidi, sotto gli ombrelli, ascoltare quasi di nascosto, passare a fianco con timore, rallentando, facendo finta di niente per captare qualche frase, curiosi, sorpresi e forse anche un po' felici per quello che stanno sentendo. 



Allora ecco che i Giardini Margherita sembrano diventare, per qualche momento, Atene (in una versione un po' decadente a dir la verità) di oltre due millenni or sono; con Nicola che ci accompagna in un formidabile esercizio per la mente e l'anima.
Dopo l’ascolto “nascosto” dei passanti presso quello che abbiamo ribattezzato il platò dello speaker e un giro a parlare di tutto e del Tutto per i giardini, ci spostiamo nell’ agorà di questa giornata: che altro non è che un vicino bar, colmo di immigrati, nuovi italiani.
Entriamo, veniamo osservati con diffidenza sulle prime ma, dopo poco, si ripete la stessa scena vista poco prima: anche queste persone, discretamente, iniziano ad ascoltare, curiosi, la conversazione “filosofosa” di due tipi così fuori luogo: uno in pastrano da dottor Živàgo con borsa per chirurgia al fronte e l’altro, fradicio, con una macchina fotografica da giapponese anni ‘80 che "chissà cosa vorrà mai fotografare questo tale che parla e sorride da ebete, in una domenica piacentina, buona solo per stare comodi sulla tomana, spenti, davanti alla tv accesa!"





Nell'intervista audio che segue, Nicola ci spiega cos'è uno speaker's corner e ci racconta della sua tesi (ora divenuta libro) su Melchiorre Gioia, un altro piacentino a cui piacque ragionare bene.





Buon ascolto e buon Sanga!
Filippo







RINGRAZIAMENTI:
Il sottoscritto, Nicola Pionetti e tutto il portale Sanga, ringraziamo pubblicamente chi ha regalato lo speaker's corner alla città di Piacenza ed a noi tutti:
L'artista Concetta Modica, la Galleria Placentia Arte e la donatrice Carolina Bergamini.

Anche se non vi conosciamo ancora di persona, Vi ringraziamo di cuore per aver donato alla comunità un così importante esempio di arte e cultura civica.






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BOX - SORRIDI CHE TI SANGA:
P.s. Dopo aver liberato la mente e aver ricordato cos’è davvero la filosofia, posso concedermi il lusso di riaccendere il mondano mezzo televisivo senza paura di trovarmi fisso ad ascoltare qualche ciarlatano da palcoscenico:<ta na naaa (motivetto allarmante da postino assassino)...Sabato a C’è posta per te: Platone manda una lettera a Socrate che la cestina subito; Barbara D’Urso ha una sorpresa di otto anni per Anassagora; ospite della serata la Metafisica che ci racconta della sua crisi con Aristotele ed il difficile periodo in comunità...>...ehm...meglio la lettura!
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BOX - EAT THE SANGA:
Sanga preferito (al momento attuale) di Nicola Pionetti: maionese e coppa (piacentina) in morbido panino.
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Filippo

22-02-2015

A teatro per "riflettere, immaginare e affrontare le nostre emozioni" - Osonò


Martedì sera, 17 febbraio 2015, è stata la prima uscita serale di Sanga. Diversi amici si sono uniti a noi al Teatro S. Matteo di Piacenza, per assistere ad uno spettacolo teatrale che solo spettacolo non è. 
Gli "Osonò Theatre" sono un gruppo di giovani della Transilvania-Romania, che, attraverso immagini suggestive ed un linguaggio teatrale originale e innovativo, danno voce a realtà poco conosciute o ignorate, emarginate, proponendo una personale riflessione sulla società. Giovani che vogliono parlare principalmente ai giovani. "Questa compagnia intende il teatro come un potente strumento di promozione della cittadinanza attiva e come luogo di dialogo e confronto che stimoli le persone a riflettere sul loro ruolo all'interno della comunità di appartenenza" (fonte tavolopacepc.blogspot.it/) . Hanno decisamente lo stile e lo spirito di noi di Sanga!


Gli attori creano le loro rappresentazioni teatrali partendo da esperienze di vita vissuta, provando poi a fonderle insieme in uno spettacolo che è un messaggio, portato in giro in diversi paesi europei, chiedendo solo un'offerta, "perché la cultura dovrebbe essere gratis". Così è nato anche "Come l'acqua rispecchia il volto", un mosaico di storie e situazioni quotidiane di un paese alle periferie dell'Europa, ma che racconta la nostra stessa storia. I linguaggi utilizzati sono diversi, tutti ugualmente semplici e universali, fatti di parole sussurrate, urlate, cantilenate o cantate in un rap; gestualità immediatamente comprensibili nelle quali ciascuno vi si può riconoscere; un insieme di immagini, di oggetti simbolici, di suoni e musiche che coinvolgono e tengono con gli occhi attenti, spalancati, e il cuore in subbuglio, per tutto il tempo. 
Ruolo da protagonisti in questa rappresentazione l'hanno avuto i bambini: a cominciare dalla scena iniziale, surreale, a tratti divertente, in cui la nascita del 651esimo bambino di una città finisce in primo piano al telegiornale, e persino il sindaco vi dedica un discorso ufficiale (complimentandosi con “tutti coloro che hanno contribuito alla nascita di questo ultimo nato”!). La città sente felicità e una grande responsabilità verso questi bambini che si affacciano alla vita, "tutti ugualmente importanti": quella di garantire loro una crescita e un futuro sereni. Poi, arriva un uomo. Dice parole che sanno di gravità e ineluttabilità: quel bambino, appena nato, non godrà mai più la libertà che ha ora, libero da ogni emozione. Dal momento in cui inizierà ad attaccarsi al seno materno, sarà per sempre interconnesso agli altri: proverà emozioni, sofferenza e, anche quando proverà felicità,  mai niente sarà come lui se l’era immaginato. Eppure, è venuto in un mondo pieno di bellezza: la natura è uno spettacolo continuo, un patrimonio di tutti, ricchi e poveri (“Nessuno può pensare di portarsi a casa un’alba o un tramonto”, diceva Terzani), e in mezzo a tutte le difficoltà della vita, rimarrà per sempre dentro di lui qualcosa di immortale, un desiderio che non ha fine ("A immagine e somiglianza di Dio" ripete una voce).

Si comincia, và in scena la realtà, quella vera, raccontata senza giri di parole, così com'é: in Romania vi sono migliaia di aborti ogni anno, soprattutto tra le ragazze adolescenti; migliaia di casi di abusi su minori; tantissimi divorzi; vi è lontananza e incomprensione tra le generazioni, tra padri e figli; molti giovani sono alienati, assopiti, si accontentano di "vivacchiare", passando ore al pub con gli amici, parlando di niente, ridendo per poco, pur di non rimanere soli, perché stare soli con sé stessi fa paura; vi è una disoccupazione dilagante, che costringe più di un terzo dei lavoratori al lavoro in nero, o ad emigrare, lasciando la famiglia e i figli soli a casa. Come non pensare alla situazione in Italia? Come non pensare alla badante dei miei nonni, che in Romania faceva l'insegnante al Liceo, e che ha lasciato due figli piccoli, pur di garantire loro un futuro migliore? E come lei ai tanti immigrati che giungono nel nostro paese?

La scuola manca di insegnanti motivati e preparati, mentre la quota del patrimonio nazionale dedicata alla sanità è ridicola, e quasi tremila medici hanno lasciato il paese nell'ultimo anno. Non è forse la stessa cosa qui da noi? Da medico neo-laureata, ho pensato tante volte di andarmene in Francia o in Svizzera, come fanno tanti miei colleghi. Ma spero ancora di poter rimanere a lavorare qui, nel mio paese, che amo profondamente, e che non sopporto di vedere andare in rovina. Noi di Sanga siamo forse instancabili sognatori, ma crediamo fortemente che una speranza di cambiare le cose, e la mentalità delle persone, ci sia. Ecco il teatro che fa riflettere, e immaginare nuove strade. 

Una scena particolarmente emozionante per me, è stata la breve proiezione di un'intervista ai bambini stessi, riguardo ai loro sogni e desideri. Alla domanda "Cosa vuoi fare da grande?", c'è chi risponde in modo semplice e limpido come solo i bambini sanno fare ("vorrei una bella casa e un cane", "vorrei un cavallo"), ma qualcuno mi stupisce, esclamando: "vorrei un mondo più pulito", "da grande vorrei aiutare gli altri". "Non vorrei lavorare come gli operai sui tetti", dice un bambino intervistato. Sarei potuta essere io qualche anno fa, quando da ragazzina pensavo: "Vorrei che mio papà non dovesse fare quel lavoro così faticoso", mentre facevamo colazione insieme, al mattino presto, prima che io prendessi il pullman per andare a scuola e prima che lui andasse a lavorare come lattoniere. Ecco il teatro che fa emergere le nostre emozioni più profonde, il nostro io sepolto. " Vorrei che i miei genitori non litigassero e vorrei che vivessimo ancora tutti insieme", dicono altri, "vorrei che fossero qui con me, invece di lavorare lontano". 

Come un filo rosso che si svolge lungo il corso della rappresentazione, c'è l'invocazione di un nome: "Mamma!". Nessuna risposta, mai. Quando il bambino chiede una palla per giocare, da dietro le quinte ne arrivano dieci, di diversi dimensioni e colori. Ma il bimbo le guarda, triste, e se ne va. Non sono cose che vogliono i bambini, ma solo l'affetto e l'attenzione dei loro genitori.
La scena finale è tristemente emblematica del nostro tempo: gli attori sono ancora una volta bambini che guardano una culla vuota. Poi si volgono verso il pubblico, verso di noi, chiamando i genitori, in un coro che diventa sempre più insistente, un grido disperato. In risposta c'è di nuovo solo un "silenzio", scritto in diverse lingue su cartelli che prendono il posto dei bambini. Essi se ne sono andati, mentre sola rimane sulla scena, fredda e luminosa dentro la culla, una tv. 
Quante occasioni sprechiamo passando il nostro tempo di fronte ad uno schermo, immobili, in silenzio, sordi agli altri, a chi vive con noi, ai nostri bambini! "Tutti i paesi, ricchi o poveri che siano, arrivano a situazioni simili a questa. Non dipende da fattori esterni", dice un attore, "questa disumanizzazione è qualcosa che viene da dentro di noi stessi".

Il teatro va' oltre la rappresentazione, c'è spazio per un confronto alla fine, fondamentale per afferrare tutti i livelli di significato di quest'opera. I giovani attori sono lì, seduti sul bordo del palcoscenico, faccia a faccia con gli spettatori: ci fanno domande e cercano di dare risposte, in uno scambio reciproco di emozioni e riflessioni. "Il dialogo, la riflessione condivisa, qui, vengono più facilmente. In Romania la gente ha quasi paura di parlare, di mettersi a nudo", dicono. 
Qualcuno ringrazia per quell'inizio pieno di speranza, che lascia intuire come potrebbe essere diverso il mondo. Qualcun'altro si interroga su chi ci potrà salvare, se "esiste un Dio (inteso in senso lato) che ci può salvare". Il fatto che questi giovani si siano messi insieme, con un intento comune, con  una comune sensibilità, e che vadano in giro ad incontrare la gente attraverso il teatro, è già qualcosa che può salvare: l’INCONTRO è ciò che salva, che getta un seme nell’altro”.
  


Un incontro rivelatore e che spinge anche noi di Sanga a continuare. Grazie Osonò!

Ilaria

22-02-2015


Regole e bellezza - Nicola Pionetti

E' un piacere per noi di Sanga e per il nostro portale, condividere questo testo ad opera del Prof. Nicola Pionetti. Come dire... in perfetta sintonia con quello in cui crediamo.

Un corso tenuto in una scuola superiore offre sempre tanti spunti di riflessione, dato che le cose che escono durante il momento critico del "debate" sono ampiamente imprevedibili e in buona parte non legate strettamente al tema proposto. Si parlava di regole, sense of justice, legalitá. Temi ovviamente in bilico tra il relativismo più spinto e le generalizzazioni universali.

La mia tendenza ad essere Epimeteo, cioè uno che ha bisogno di pensarci su, dopo, per giorni prima di "venirne a capo", cosa che caratterizza il mio tipo di riflessività, mi ha fatto arrivare ad alcune idee che voglio condividere sul mio blog. Sono un professore di sostegno in un istituto professionale e per questa ragione la seguente riflessione spero sia utile e concreta.

1. Le regole sono percepite principalmente come una imposizione esterna, e limitante. Questo fino a quando non sono internalizzate, ovvero fino a quando il processo educativo non ha termine. Il successo del processo educativo consiste nell'internalizzazione di un certo set di regole "da seguire" e nello sviluppo di una certa dose di senso critico autonomo, per poterle a ragione cambiare nel corso della vita.

2. Lo sviluppo di un senso di giustizia, o di un senso dell'etica, o del dover rispettare una regola in quanto è kantianamente il tuo TU DEVI, che te lo impone, paiono più il frutto del percorso formativo, il nome che danno i filosofi alla raggiunta maturità morale dell'individuo. Ma sperare di educare alla regola pensando di istillare direttamente l'amore per la sua bontà, l'importanza del rispetto dei valori, che è la via chiamiamola "evangelica" perseguita mediamente nei vari momenti liturgici extrascolastici e scolastici non funziona, a mio avviso. Cioè funziona laddove non serve più. Le figure di autorità sono in questo caso sempre esterne, eternonome, e contestate (esplicitamente o silenziosamente).

3. Il ruolo della bellezza estetica nell'educazione alla regola. 
Ho imparato a non rubare ascoltando Mozart
Questa bellissima citazione che un collega mi ha segnalato, esprime al meglio la possibile soluzione del problema. O una via fortemente interessante. La validità, a mio avviso ben corroborata della Legge di Hume, cioè l'idea che i "valori" non c'entrano nulla con il piano dei "fatti", e che quindi non educherò mai il bambino t a fare sua la norma y soltanto facendogli vedere che ha buoni effetti, se adottata, e la tendenziale supervenienza tardiva del moral sense, pare lasciarci una sola via per inserire la chiave che accenda il motore atto a rendere gli studenti di oggi cittadini liberi ed educati criticamente - educati ad essere critici - di domani: la bellezza estetica. L'idea è che essendo ognuno sensibile alla bellezza sensibile, ed essendo molto più ridotto il differenziale interindividuale concernente il sense of beauty (forse perché relativo ad aree più evoluzionisticamente arcaiche, meno frontalizzate e recenti del cervello umano) è da lì che si tratti di partire.
Sembra sempre la solita antica storia platonica: prima di ascendere al Parnaso, al monte delle cose più astratte ed elevate (Idea di Bene, Moralità, Libero Arbitrio) si tratta di costruire una scala per arrivarci, partendo dalla capacità di raccontare una fiaba ad un bambino, facendolo sorridere teneramente prima che si riaddormenti, sognando al risveglio di trovarsi in un mondo che "è così" non perché "è così", ma perché qualcuno che gli vuole bene ha voluto che fosse così e sa spiegargli il perché in modo per lui comprensibile.

17-02-2015

http://www.nicolapionetti.com/


SCHIAVITU’ NEL 2015: PRESENTE PIU’ CHE MAI E FRUTTO DELL’INDIFFERENZA COMUNE

Finalmente ne parliamo.
E’ il 25 gennaio e l’ Azione Cattolica ha invitato, all’oratorio di Castel S. Giovanni, due grandi persone: l’ex Questore di Piacenza, e Caterina, volontaria della Papa Giovanni XXIII. 
Il salone è pieno e che bello vedere tanti giovani presenti! 

Si parla, udite udite, di uno dei tanti tabù della nostra società: la schiavitù nel 2015…. 

Sapete, a scuola mi hanno insegnato che l’Italia è un paese libero, democratico, dove la schiavitù non esiste più.

Che BUFFI i miei professori…
Se ne avessi l’opportunità, oggi gli chiederei se sono mai andati a farsi un giro a Piacenza sulla Caorsana, se si sono mai domandati da dove arrivano quelle belle ragazze/i che la notte “vegliano” la strada.

Io ci sono stato, ci sono andato più volte con Caterina e i volontari della Papa Giovanni a incontrare queste Donne: si, sapete, anche loro sono persone, Donne, con un nome, spesso inventato. Ma vi dirò di più: loro hanno la nostra stessa capacità di pensare, filosofare, incazzarsi, innamorarsi… 

Anzi, aggiungo un'altra cosa: spesso è proprio colpa dell’ “amore” che finiscono sulla strada; Loro, così fragili, si innamorano del loro carceriere...

In realtà esistono molti modi per schiavizzarle: la via del ricatto è quella più semplice, dal momento che molto spesso arrivano nel nostro paese per mantenere le loro famiglie che si trovano in terre lontane e, il non prostituirsi, non consentirebbe loro di inviare soldi ai propri cari; alcune hanno con se figli, nati per sbaglio, da una violenza o semplicemente da un “errore” di calcolo; ma è proprio in questo caso che i loro aguzzini possono infierire costringendole a fare di ogni, sotto la minaccia di portar via o uccidere l’unico motivo per cui vivono, il bimbo; ancor peggio del ricatto sono i maltrattamenti, le ragazze, se non fanno quello che i loro “padroni” vogliono, vengono picchiate e violentate fino allo svenimento. 

Mi ha fatto sorridere e incavolare un mio amico che, sentendo la testimonianza, mi dice:” ma no, la maggior parte di loro scelgono questa vita!!” 

Venite, venite a sentire cosa ti dicono loro! “Mi fa schifo questa vita!!! Però non ho altre alternative, non so fare altro…” Ecco in queste parole si può percepire tutta la loro fragilità, insicurezza: Sono ragazzine, bambine, anzi meglio “bambole di porcellana” troppo fragili per stare su una strada.
Sono state buttate in un mondo orrendo, troppo presto per rendersi conto di come questo sistema le rendesse schiave a vita. Perché loro vedono questa vita sulla strada come un momento, un passaggio, che prima o poi finirà. Ma non è così! Non finirà mai! Perché sono succubi di questo sistema… 

Ma esiste la Papa Giovanni XXIII e altre associazioni che cercano, con tutte le loro forze, di far uscire queste ragazzine dalla strada; a Piacenza si incontrano ogni mercoledì sera; molte di loro ormai ci conoscono e sono felici di incontrarci, anzi ci rimproverano se un mercoledì saltiamo il nostro appuntamento; ci vedono come una valvola di sfogo: le ascoltiamo, ci parlano dei loro problemi quotidiano, della strada, delle loro paure, dei loro figli o semplicemente di quello che hanno fatto durante la giornata. Alla fine del nostro incontro, come sempre, viene loro proposto di uscire dalla Strada, di venire con noi ospiti delle case della Papa Giovanni. Ma la risposta è sempre no… Il sì è molto raro ed è dovuto a situazioni di pericolo imminenti riguardanti i propri figli . Altre non accettano di uscirne semplicemente perché il loro vivere da prostitute, in questa situazione di schiavitù, è una via semplice per poter comunque in qualche modo SOPRAVVIVERE… 

Ma voi, ragazzi, giovani e meno giovani, vi accontentate di sopravvivere?!? 

NON POSSO, NON POTETE FAR FINTA DI NULLA! Non possiamo negare l’esistenza della schiavitù qui a Piacenza come a Castel S. Giovanni! Dobbiamo denunciare!

Caterina, durante la sua testimonianza, ha spiegato molto bene come OGNUNO DI NOI può contribuire in modo molto semplice per eliminare questo tipo di schiavitù, perché ne esistono molte altre, dalle nostre parti. Infatti il sistema prostituzione continuerà a esistere fino a quando le persone continueranno ad andarci. Ma quelle persone, quegli uomini e donne che pagano per un atto sessuale, chi sono?? Siamo Noi!! Quindi sta a noi parlare, discutere, incavolarci e far capire agli altri, ai nostri amici la gravità dell’ “andare a puttane”!! Sta proprio a Noi non ridere quando un nostro amico scherza sull’argomento dicendo, per esempio, “domani mi faccio un puttan-tuor” !! 

Quindi sta a NOI!! Sta a NOI denunciare i vari casi di sfruttamento!!! Se continueranno ad esistere è proprio perché qualcuno di noi, un nostro amico, un nostro parente, un nostro vicino di casa continuerà ad incentivare questo sistema… Siamo noi a favorirlo, semplicemente tacendo….. 

Come sempre siamo noi che al mondo, con i nostri piccoli, piccolissimi gesti, facciamo la differenza….

Davide

15-02-2015

Come l'acqua rispecchia il volto - Manifestazione teatrale al San Matteo

Ragazzi noi la macchinata la facciamo e chi si vuole aggiungere si faccia avanti!

Ottimo! Dove e Quando?

Martedi 17 Febbraio ore 21.15 - Teatro San Matteo, Vicolo San Matteo, Piacenza

Ok, ma di cosa si tratta?

La compagnia teatrale “Osono” è un gruppo teatrale di professionisti provenienti da Sepsiszentgyorgy (Transilvania-Romania) e considerato il più innovativo laboratorio teatrale di giovani artisti contemporanei. Oltre a spettacoli teatrali, il gruppo promuove progetti educativi e sociali per aiutare giovani ed adulti nella ricerca del proprio ruolo nella società come persone responsabili. Il gruppo teatrale “Osono” organizza spettacoli nelle più grandi città del mondo da Bangkok ad Amburgo e più volte ospitato a concorsi teatrali in Italia. Vantano di numerosi premi per la loro eccellente l’attività nella divulgazione della cultura. Lo spettacolo Come l’acqua rispecchia il volto, collegando le esperienze degli attori con le storie di bambini solitari e abbandonati, di genitori incapaci, di giovani vulnerabili, offre la possibilità di creare un incontro con se stessi, con il pubblico e con Dio. Lo spettacolo è il prodotto di conversazioni e rilevamenti personali e rispecchia il tremito delle nostre anime (www.osono.ro) - Fonte internet SVEP Piacenza



14-02-2015