Martedì sera, 17 febbraio 2015, è stata la prima uscita serale di Sanga. Diversi amici si sono uniti a noi al Teatro S. Matteo di Piacenza, per assistere ad uno spettacolo teatrale che solo spettacolo non è.
Gli "Osonò Theatre" sono un gruppo di giovani della Transilvania-Romania, che, attraverso immagini suggestive ed un linguaggio teatrale originale e innovativo, danno voce a realtà poco conosciute o ignorate, emarginate, proponendo una personale riflessione sulla società. Giovani che vogliono parlare principalmente ai giovani. "Questa compagnia intende il teatro come un potente strumento di promozione della cittadinanza attiva e come luogo di dialogo e confronto che stimoli le persone a riflettere sul loro ruolo all'interno della comunità di appartenenza" (fonte tavolopacepc.blogspot.it/) . Hanno decisamente lo stile e lo spirito di noi di Sanga!
Gli attori creano le loro rappresentazioni teatrali partendo da esperienze di vita vissuta, provando poi a fonderle insieme in uno spettacolo che è un messaggio, portato in giro in diversi paesi europei, chiedendo solo un'offerta, "perché la cultura dovrebbe essere gratis". Così è nato anche "Come l'acqua rispecchia il volto", un mosaico di storie e situazioni quotidiane di un paese alle periferie dell'Europa, ma che racconta la nostra stessa storia. I linguaggi utilizzati sono diversi, tutti ugualmente semplici e universali, fatti di parole sussurrate, urlate, cantilenate o cantate in un rap; gestualità immediatamente comprensibili nelle quali ciascuno vi si può riconoscere; un insieme di immagini, di oggetti simbolici, di suoni e musiche che coinvolgono e tengono con gli occhi attenti, spalancati, e il cuore in subbuglio, per tutto il tempo.
Ruolo da protagonisti in questa rappresentazione l'hanno avuto i bambini: a cominciare dalla scena iniziale, surreale, a tratti divertente, in cui la nascita del 651esimo bambino di una città finisce in primo piano al telegiornale, e persino il sindaco vi dedica un discorso ufficiale (complimentandosi con “tutti coloro che hanno contribuito alla nascita di questo ultimo nato”!). La città sente felicità e una grande responsabilità verso questi bambini che si affacciano alla vita, "tutti ugualmente importanti": quella di garantire loro una crescita e un futuro sereni. Poi, arriva un uomo. Dice parole che sanno di gravità e ineluttabilità: quel bambino, appena nato, non godrà mai più la libertà che ha ora, libero da ogni emozione. Dal momento in cui inizierà ad attaccarsi al seno materno, sarà per sempre interconnesso agli altri: proverà emozioni, sofferenza e, anche quando proverà felicità, mai niente sarà come lui se l’era immaginato. Eppure, è venuto in un mondo pieno di bellezza: la natura è uno spettacolo continuo, un patrimonio di tutti, ricchi e poveri (“Nessuno può pensare di portarsi a casa un’alba o un tramonto”, diceva Terzani), e in mezzo a tutte le difficoltà della vita, rimarrà per sempre dentro di lui qualcosa di immortale, un desiderio che non ha fine ("A immagine e somiglianza di Dio" ripete una voce).
Si comincia, và in scena la realtà, quella vera, raccontata senza giri di parole, così com'é: in Romania vi sono migliaia di aborti ogni anno, soprattutto tra le ragazze adolescenti; migliaia di casi di abusi su minori; tantissimi divorzi; vi è lontananza e incomprensione tra le generazioni, tra padri e figli; molti giovani sono alienati, assopiti, si accontentano di "vivacchiare", passando ore al pub con gli amici, parlando di niente, ridendo per poco, pur di non rimanere soli, perché stare soli con sé stessi fa paura; vi è una disoccupazione dilagante, che costringe più di un terzo dei lavoratori al lavoro in nero, o ad emigrare, lasciando la famiglia e i figli soli a casa. Come non pensare alla situazione in Italia? Come non pensare alla badante dei miei nonni, che in Romania faceva l'insegnante al Liceo, e che ha lasciato due figli piccoli, pur di garantire loro un futuro migliore? E come lei ai tanti immigrati che giungono nel nostro paese?
La scuola manca di insegnanti motivati e preparati, mentre la quota del patrimonio nazionale dedicata alla sanità è ridicola, e quasi tremila medici hanno lasciato il paese nell'ultimo anno. Non è forse la stessa cosa qui da noi? Da medico neo-laureata, ho pensato tante volte di andarmene in Francia o in Svizzera, come fanno tanti miei colleghi. Ma spero ancora di poter rimanere a lavorare qui, nel mio paese, che amo profondamente, e che non sopporto di vedere andare in rovina. Noi di Sanga siamo forse instancabili sognatori, ma crediamo fortemente che una speranza di cambiare le cose, e la mentalità delle persone, ci sia. Ecco il teatro che fa riflettere, e immaginare nuove strade.
Una scena particolarmente emozionante per me, è stata la breve proiezione di un'intervista ai bambini stessi, riguardo ai loro sogni e desideri. Alla domanda "Cosa vuoi fare da grande?", c'è chi risponde in modo semplice e limpido come solo i bambini sanno fare ("vorrei una bella casa e un cane", "vorrei un cavallo"), ma qualcuno mi stupisce, esclamando: "vorrei un mondo più pulito", "da grande vorrei aiutare gli altri". "Non vorrei lavorare come gli operai sui tetti", dice un bambino intervistato. Sarei potuta essere io qualche anno fa, quando da ragazzina pensavo: "Vorrei che mio papà non dovesse fare quel lavoro così faticoso", mentre facevamo colazione insieme, al mattino presto, prima che io prendessi il pullman per andare a scuola e prima che lui andasse a lavorare come lattoniere. Ecco il teatro che fa emergere le nostre emozioni più profonde, il nostro io sepolto. " Vorrei che i miei genitori non litigassero e vorrei che vivessimo ancora tutti insieme", dicono altri, "vorrei che fossero qui con me, invece di lavorare lontano".
Come un filo rosso che si svolge lungo il corso della rappresentazione, c'è l'invocazione di un nome: "Mamma!". Nessuna risposta, mai. Quando il bambino chiede una palla per giocare, da dietro le quinte ne arrivano dieci, di diversi dimensioni e colori. Ma il bimbo le guarda, triste, e se ne va. Non sono cose che vogliono i bambini, ma solo l'affetto e l'attenzione dei loro genitori.
La scena finale è tristemente emblematica del nostro tempo: gli attori sono ancora una volta bambini che guardano una culla vuota. Poi si volgono verso il pubblico, verso di noi, chiamando i genitori, in un coro che diventa sempre più insistente, un grido disperato. In risposta c'è di nuovo solo un "silenzio", scritto in diverse lingue su cartelli che prendono il posto dei bambini. Essi se ne sono andati, mentre sola rimane sulla scena, fredda e luminosa dentro la culla, una tv.
Quante occasioni sprechiamo passando il nostro tempo di fronte ad uno schermo, immobili, in silenzio, sordi agli altri, a chi vive con noi, ai nostri bambini! "Tutti i paesi, ricchi o poveri che siano, arrivano a situazioni simili a questa. Non dipende da fattori esterni", dice un attore, "questa disumanizzazione è qualcosa che viene da dentro di noi stessi".
Il teatro va' oltre la rappresentazione, c'è spazio per un confronto alla fine, fondamentale per afferrare tutti i livelli di significato di quest'opera. I giovani attori sono lì, seduti sul bordo del palcoscenico, faccia a faccia con gli spettatori: ci fanno domande e cercano di dare risposte, in uno scambio reciproco di emozioni e riflessioni. "Il dialogo, la riflessione condivisa, qui, vengono più facilmente. In Romania la gente ha quasi paura di parlare, di mettersi a nudo", dicono.
Qualcuno ringrazia per quell'inizio pieno di speranza, che lascia intuire come potrebbe essere diverso il mondo. Qualcun'altro si interroga su chi ci potrà salvare, se "esiste un Dio (inteso in senso lato) che ci può salvare". Il fatto che questi giovani si siano messi insieme, con un intento comune, con una comune sensibilità, e che vadano in giro ad incontrare la gente attraverso il teatro, è già qualcosa che può salvare: l’INCONTRO è ciò che salva, che getta un seme nell’altro”.
Un incontro rivelatore e che spinge anche noi di Sanga a continuare. Grazie Osonò!
Ilaria
22-02-2015
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